S1E1 : Sono arrivato in Baja
Nove anni in Baja California non sono soltanto una misura del tempo, ma costituiscono la geologia più profonda della mia anima. Qui, nell’austero abbraccio del deserto e nel canto ritmico del mare, i ricordi non svaniscono tra le pieghe del passato: si cristallizzano in qualcosa di eterno. Ancora oggi, questi frammenti vivono nei miei pensieri, ora che la mia quotidianità si divide tra il deserto e il Raccordo Anulare, sospesa tra l’Italia e il Messico.
Il primo ricordo che affiora è quello dell’alba in cui arrivai a La Paz, dopo aver trascorso un mese malinconico a Veracruz aspettando i lenti tempi doganali.
Attraversai il Messico fino a Los Mochis insieme ai miei fedeli compagni di viaggio Pablo e la mia Toyota. Finalmente ero lì, il sogno di anni e le speranze coltivate avevano trovato la loro meta. Scendo dall’auto, Pablo scodinzola felice, respiro profondamente, alzo lo sguardo, e ciò che mi si presenta davanti è una scritta su un arco, che mi invita a riflettere…
Dopo il primo brivido , pensai, ma no andrà tutto bene, nella mia vita avevo sempre un angelo che mi proteggeva dai disastri e perché mai avrebbe smesso adesso… No ….andrà tutto bene…
Sarà che il mio angelo non parlava Spagnolo, sarà che il mio angelo aveva perso le coincidenze con La Paz ….sarà quello che volete, ma non andò tutto bene, è stata una migrazione dura piena di difficoltà ma anche nel primo anno in cui i dubbi di aver fatto il passo più lungo della gamba ogni volta che vedevo il mare azzurro mi rispondevo … ecco perché sono qui!
I primo periodo in Baja è stato come fissare un incontro con tutte le mie paure più profonde. Quel sogno tanto coltivato di vivere qui si è rivelato, fin da subito, un viaggio interiore attraverso ogni nodo irrisolto che mi aspettava al varco. Ogni giorno fronteggiavo le mie insicurezze, come se la stessa terra della Baja mi invitasse a guardarle in faccia, a non sottrarmi più.
Il tempo scorreva, ma dentro di me la frenesia non rallentava. Abituato all’urgenza e all’efficienza che da sempre caratterizzano il mio spirito romano, mi sono scontrato con la lentezza antica e filosofica del Messico. Qui il QUI ED ORA è legge, quasi un dogma ancestrale: nulla ha davvero fretta, ogni cosa può essere rimandata a domani, o forse a dopodomani. Io, invece, mi agitavo nella mia personale “Isteria da NO PAZIENZA”, divorato dal bisogno di fare tutto subito, convinto che la rapidità fosse sempre la risposta.
Questo, l’ho capito presto, è stato il mio errore più grande. Il mio ego romano—figlio di duemila anni di storia, di imperi e di conquiste—si è trovato a combattere contro il principio universale del “No pasa nada”, quella sottile filosofia che regola la vita in Messico ed in Baja più che altrove. È stato uno scontro epico tra mondi interiori e culture, una battaglia che mi ha messo alla prova come poche cose nella vita, una battaglia da cui sono uscito vivo a malapena.
Eppure, in tutto questo tempo, un’altra realtà prosperava accanto alle difficoltà: la realizzazione del mio sogno più profondo, quello di vivere la vera avventura della Baja.
Era dipinta con le tinte vibranti delle albe che spuntavano su spiagge deserte, dove il profumo salmastro dell’oceano mi accoglieva nel momento stesso in cui uscivo dalla tenda.
Ho trascorso innumerevoli notti raccolto intorno a fuochi scoppiettanti, ascoltando i guaiti lontani dei coyote che si armonizzavano con il ritmico infrangersi delle onde, una ninna nanna che cullava i miei sogni.
Ho vissuto davvero la mia frontiera western, vivendo la stessa meraviglia che provavo da bambino stringendo il mio Manuale delle Giovani Marmotte. Quei momenti sono esistiti, vividi e reali, e sono incisi per sempre nella mia memoria.
Grazie, Baja.
